Volano sulla città, ginnasti urbani che praticano questa filosofia: “Non ci sono confini, ma solo ostacoli”. Controllo del corpo e precisione, poi tante prove: “Si cade, si impara”. Ervis Kaya e Denis Mysura da quattro anni sono tracciatori: praticano parkour e free-running, discipline metropolitane nate in Francia negli anni ottanta e arrivate in Italia dal 2005. “Se vedi un muro davanti a te – dicono – non è che non puoi andare oltre: la via è sempre retta, quindi lasciati andare”.

Uno sport che consiste nel superare ostacoli di un percorso in modo rapido e sicuro, adattando il proprio corpo all’ambiente circostante, diventa pratica di vita e applicazione sociale: insegna ad affrontare i problemi della vita nel rispetto di se stessi e a conoscere i propri limiti. Nato sulla base del parkour, il free-running aggiunge spettacolarità e originalità ai movimenti essenziali, con gesti presi soprattutto dalla ginnastica acrobatica.

A Reggio Emilia tutto è nato al parco del Gelso di via Puccini: “Ci siamo appassionati a guardare altri – racconta Denis – Allora nessuno insegnava parkour, così con il cellulare si registrava il movimento per provare a ripeterlo, fino a riuscirvi”. “A casa si scaricavano i video di Youtube – aggiunge Ervis – Tutti son stati autodidatti anche grazie al web, solo ora la Uisp lo riconosce come sport e ci sono corsi di formazione”.

Per allenarsi, servono tanti piegamenti per dare resistenza, forza di volontà e passione: “Ci troviamo almeno tre volte a settimana, siamo insegnanti di noi stessi e in gruppo ci correggiamo l’un l’altro”.

Ervis ha 20 anni, è nato a Valona, in Albania, e sta finendo l’Ipsia Lombardini. “Ho cominciato per sfidare me stesso” dice. Denis ha 19 anni e viene da Slavutich, in Ucraina. È all’ultimo anno del Tricolore. “Il parkour ti spinge a migliorare come essere umano” confida. “Certo è pericoloso, bisogna stare attenti – dicono insieme – ma la paura è la prima da superare: se non affronti la paura, vai avanti nella vita? E poi preferiamo vivere la città in questo modo piuttosto che farlo come i giovani che si perdono con fumo, droga o alcool: il parkour è più sano e si sta in forma”.

Le regole sono poche e non scritte: “Non aiutarsi con gomiti e ginocchia, non fare qualcosa se non la senti, non mettersi in mostra” dice Ervis. Insomma, “non è che se passa una ragazza inizi a fare salti mortali – chiarisce Denis – Li fai per te stesso, non per gli altri”.

Ancora oggi si trovano al parco del Gelso, vicino all’acquedotto, per allenamenti di base. Le palestre preferite sono però alcune zone residenziali, tra cui Pieve Modolena. “Il parkour si può fare ovunque, anche con gli alberi, ovunque vi siano barriere da oltrepassare – spiegano – Puoi utilizzare ogni cosa, basta solo pensare al modo giusto per farla nel tuo modo: ti poni un obiettivo e lo raggiungi, come succede nella vita”.

Ogni angolo della città riserva così delle sorprese. “In estate saltiamo di casa in casa, sui tetti, comunque non spesso e senza farsi notare – racconta Denis – La gente reagisce in modi diversi quando ci vede: alcuni ci dan dei pazzi, altri chiamano i carabinieri, altri applaudono. È soggettivo”. Per Ervis si vive “la città come vuoi, dall’alto sei lontano dai problemi, sempre nel rispetto più assoluto: è più facile viverci, un muro non è più tale”.

A Reggio in tanti provano, alcuni per farsi notare, altri più convinti: “Oltre a noi, nel nostro gruppo c’è mio fratello e un altro ragazzo ucraino” dice Denis. Il parkour piano piano si diffonde. Per un anno e mezzo Ervis e Denis hanno tenuto un corso al Let’s Dance, “anche se non è una disciplina che si presta per luoghi chiusi: in palestra impari la tecnica in modo sicuro, con il materasso, ma appena puoi senti il bisogno di scoprire la città”. Ora c’è in ballo la costruzione di una struttura apposita nella zona dei Petali, vicino al circolo Pigalle, ma è ancora tutto da definire. Intanto, il sogno di Ervis è diventare istruttore, per tracciare la città del futuro insieme ad altri giovani.

Articolo originale Mondo Insieme – Resto del carlino

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